Il Parco di Roccamonfina

L'itinerario di un'escursione

Roccamonfina, mappa.

Dalla località Fontanafredda (sede dello Star Party 2002), qualche km a sud di Roccamonfina, una salita in un bosco di castagni porta sul crinale della cinta calderica esterna del vulcano. Proseguendo sempre lungo la cresta calderica si giunge alla località Monte Frascara dove si inizia a scendere di nuovo verso Fontanafredda.

Dislivello: circa 350 m. in salita ed in discesa, durata: 4 ore c.a.

Notizie storiche e naturalistiche

Il parco

Il parco si estende su una superficie di 11.000 ettari, suddivisa su due zone geografiche, una montana e vulcanica ed una decisamente marina-fluviale. E' da considerare un parco relativamente piccolo ma che presenta aspetti naturalistici abbastanza caratterizzanti.

Il vulcano

Il Roccamonfina è il più antico apparato vulcanico della Campania, strutturalmente rassomiglia molto al Vesuvio, ma è di gran lunga superiore per dimensioni, ha una diametro di oltre 15 km. Ha una cerchia craterica esterna di circa 6 km di diametro al cui interno si trovano i doppi coni vulcanici del M. S. Croce e del M. Làttani, formatisi in eruzioni successive.

Nacque circa 600.000 anni fa, in uno sprofondamento che rese la crosta terrestre più sottile e dunque favorì la salita del magma. Ne giro di 300.000 anni si era costruito un enorme cono alto 1800 metri, valutabili osservando la pendenza dei fianchi vulcanici esterni, formato soprattutto dalla roccia denominata Tefrite. Ne possiamo vedere sul sentiero che porta all'Orto della Regina, e anche le mura ciclopiche dell'orto sono di questo materiale. Tutt'intorno sorgevano altri coni più piccoli sebbene con una intensa attività eruttiva. Un crollo della metà superiore del grande cono troncò il vulcano formando una ampia conca detta Caldera. All'interno di questa , si formò un lago, come ce ne sono ad esempio nei vulcani laziali (es. il lago di Bolsena). Presto, nuove eruzioni di ceneri e lave colmarono un poco la caldera e una lava particolarmente viscosa vi formò al centro i due domi di Monte S. Croce (1005 m) e M. Lattani (810 m).

L'attività vulcanica, cessata da più di 50.000 anni, ci ha lasciato le forme tipiche di coni, domi, crateri; le rocce uniche e di composizione molto varia (Tefriti, Basaniti, Leucititi, Tufi, Ignimbriti, Latiti, Basalti) a testimonianza di una complessa attività.

In epoca romana, probabilmente fino al medioevo, dai materiali lavici eruttati dal vulcano di Roccamonfina si ricavavano le pietre molari per le macine da cereali e per i frantoi, diffuse in tutta la Campania, anche a Pompei. Fino a pochi decenni fa erano sfruttate anche le cave di leucite (silicato doppio di alluminio e potassio) che si trovavano in località Fontanaradina.

Erano, inoltre, celebrate le virtù salutifere delle abbondanti sorgenti di acque termali e minerali, in prossimità delle quali erano luoghi di culto frequentati sin da età preromana, come a S. Paride, dove la basilica medievale sorge su una cisterna più volte ricostruita nel corso dei secoli. Oggi della attività vulcanica rimangono le nutrite sorgenti termali che sgorgano prevalentemente alla destra idrografica del fiume Garigliano, le numerose fumarole presenti sulla sua riva sinistra e le sorgenti di acque minerali, tra le più note quelle di Suio, Sessa Aurunca, Teano, Francolise.

Un po' di storia

In epoca preromana c'erano, in zona, insediamenti stabili di genti Ausone. Testimonianze ausone sono sicuramente i resti sul Monte S. Croce e il recinto di mura megalitiche del Monte Frascara. Molto probabilmente non erano il sito della mitica città di Ausona Aurunca, ma la sede del centro sacrale delle genti ausone.

L'espansionismo romano spazzò dalla storia cruentemente quelle antiche popolazioni e tutte le loro tracce. Leggende locali vorrebbero l'attuale Roccamonfina fondata dall'imperatore Decio, che avrebbe edificato in questi luoghi una rocca in segno di amore verso la mitica e bellissima principessa Fina. Secondo altri storici sarebbe sorta da villaggi costruiti da fuggitivi cristiani nel periodo delle persecuzioni operate dagli imperatori illirici.

Ma volendo rifarsi ai risultati degli ultimi scavi archeologici, si può ipotizzare abbastanza vicina alla realtà l'ipotesi dell'esistenza di un centro abitato con forti influenze romane, nel comprensorio territoriale dell'attuale Roccamonfina, intorno alla fine del III secolo d.C. Nel corso dei secoli che seguirono, lo sviluppo del centro roccano segue la storia del resto dell'Italia meridionale. Emergono, nel lungo periodo, il dominio assoluto e incontrastato di Ruggero il Normanno, e, quello successivo di Federico II di Svevia. Passata in seguito in possesso dalla famiglia Galluccio, a seguito dell'unificazione delle tre signorie dei De Caiano, dei Galluccio e dei Marzano, fra il 1300 e il 1400 Roccamonfina assunse un'importanza commerciale di gran rilievo con la istituzione del Mercato. Segue ancora un lungo periodo di dominio incontrastato dei Marzano, finché Roccamonfina passa sotto l'influenza diretta della Corona del Re di Napoli; ma fuggito Ferdinando II, Carlo VIII per breve tempo ne entra in possesso, fino alla cessione di Roccamonfina ai duchi di Cordova. Tralasciando i successivi "passaggi di proprietà", meritano però ancora menzione la terribile pestilenza del 1656, che uccise quasi i tre quarti della popolazione, e il terremoto del 1688.

A Roccamonfina è nato Nicola Amore, avvocato e sindaco di Napoli.

Orto della regina - mura megalitiche

Il recinto megalitico di monte Frascara denominato in età medioevale Orto della Regina, e quello di monte S. Croce, detto anche monte Fino o Fina dal nome di una leggendaria fanciulla, figlia di Teles, fratello dell'Imperatore Filippo l'Arabo che vi avrebbe dimorato, sono immersi in una folta vegetazione, costituita da castagneto a bosco ceduo.

La cinta dell'Orto della Regina, posta a quota 928 sul livello del mare, non è molto estesa; l'andamento del recinto, assume all'incirca la forma di un poligono irregolare dai lati molto disuguali che delimitano talora angoli ottusi, talora angoli retti. La lunghezza massima interna è di m.71, mentre la larghezza è di m.35. Il recinto di 180 metri circa di perimetro racchiude un'area di poco inferiore ai 2500 mq. Costruita in modo da recingere la sommità della vetta, anche se non la più alta del monte Frascara, la cinta è adattata alla conformazione orografica della stessa, includendo nel tracciato in più tratti e soprattutto lungo il lato orientale, grosse sporgenze di roccia che raggiungono anche l'altezza di più di tre metri.

Il recinto si presenta abbastanza ben conservato, anche se, in alcuni punti del tracciato, si sono verificati crolli e aperti varchi per l'usura del tempo e soprattutto per la spinta delle radici degli alberi di castagno che, numerosi, occupano la superficie interna ed esterna alle mura. La struttura muraria è in tecnica poligonale di grossi blocchi di trachite), dalle dimensioni le più varie (m 0,53x0,90; 0,99x1,65; 1,60x2,10). Nei tratti meglio conservati, presenta lo spessore di circa 2 metri. Il perimetro esterno è costituito con blocchi a faccia abbastanza levigata, dai contorni irregolari, sovrapposti senza malta, tenuti insieme dal loro stesso peso, con gli interstizi riempiti da pietre più piccole per lo più scaglie dei blocchi cavati e lavorati sul posto, spianando la sommità della vetta, come attestato dal saggio di scavo effettuato sul terrapieno, in modo da lavorare con più facilità ed ottenere nel contempo un livellamento della superficie interna. La cortina è rincalzata al suo interno da filari di blocchi, grossolanamente sbozzati, di dimensioni varie ma molto più piccole delle dimensioni dei blocchi esterni.

Le neviere

Le neviere, in epoche in cui non esistevano frigoriferi, rappresentavano la unica possibilità di ottenere, nei periodi caldi, bevande o cibi freddi o di poter refrigerare e quindi conservare più a lungo cibi deperibili. Le neviere hanno assunto varie forme e tipologie in funzione della zona geografica in cui si trovano e a seconda delle necessità locali. In talune zone dell'Appennino le neviere sono delle semplici buche nel terreno, pressoché circolari, con diametro di 5-10 m. e profonde altrettanto. In altre zone, specie nell'arco alpino ma anche in molte zone appenniniche, sono delle vere e proprie costruzioni in muratura, con tetto a due o a quattro falde, senza finestre ma con porta di accesso. Durante l'inverno venivano riempite con neve fresca, trasportata con carriole o con cesti a mano, la neve, se si desiderava ottenere ghiaccio, era pressata con i piedi, come si fa con l'uva durante la vendemmia, oppure con mazzuole artigianali in legno.

Spesso si facevano, se la profondità della neviera lo permetteva, più strati di neve intervallati da strati di frasche e foglie secche, che avevano funzioni isolanti. Questo sistema consentiva di mantenere freddo lo strato più profondo anche quando si estraeva la neve o ghiaccio dagli strati più superficiali.

Per il trasporto nei luoghi di utilizzo del ghiaccio si usavano vari sistemi, talvolta muli, altre volte, quando le vie lo consentivano, slitte o carrettini. Sul monte Faito, al finire del secolo scorso, si costruì una funivia con vagoncini per trasportare il giaccio delle neviere montane agli artigiani gelatai di Castellammare. Lungo l'arco alpino, ogni malga aveva la propria neviera, serviva per conservare meglio il latte in attesa dell'accumulo di una quantità sufficiente per l'avvio della trasformazione in formaggio.

Oggi delle neviere, abbandonate a se stesse e non più riconducibili a nuovi usi, rimangono solo tracce. Quelle scavate direttamente nel terreno sono state ricoperte dai detriti trascinati dello scorrere delle acque superficiali, di quelle in muratura rimangono talvolta ruderi irriconoscibili.

Immagini del Parco

 

Roccamonfina, Monte S. Croce

Il monte S. Croce visto dall'interno della cinta calderica, oggi completamente ricoperta da castagneti, da frutto e cedui.

Già dall'epoca romana si sfruttavano gli affioramenti di pietra lavica per costruire macine da mulino, trovate anche a Pompei. Qui una macina appena sbozzata, mai più rifinita.

Roccamonfina, macina da mulino
Roccamonfina, Macina da mulino

Le macine, rifinite sin nei minimi particolari sul posto, venivano poi trasportate a valle con mezzi rudimentali ed infine nei luoghi d'uso con carri o slitte.

Sul Monte Frascara, quasi nel punto più alto della cinta calderica, sorgono le mura megalitiche. Probabilmente si tratta di un insediamento difensivo sannita nei confronti dell'espansionismo romano nel III sec. a. C:

Roccamonfina, mura megalitiche di Monte Frascara
Roccamonfina, mura megalitiche di Monte Frascara

Le mura poligonali cingono totalmente un promontorio, incorporando in più punti spuntoni di roccia preesistenti. La tipologia delle mura è definibile del II tipo, cioè con superfici affacciate regolarizzate, e con faccia a vista grossolanamente spianata.

L'ingresso principale di una neviera situata nel recinto calderico del vulcano. L'ingresso delle neviere, generalmente, è rivolto verso il Nord, per ridurre l'irraggiamento solare diretto verso l'interno. Anche la porta di ingresso era schermata da una fitta copertura di frasche.

Roccamonfina, una neviera

Roccamonfina, una neviera

La neviera consiste in un cilindro, scavato nel terreno, con una sola apertura per il caricamento di neve fresca e per il prelievo del ghiaccio. Per garantire un sufficiente isolamento termico la costruzione era ricoperta da un grosso cumulo di terreno.

Talvolta per il caricamento con la neve veniva usata una piccola apertura sul retro, che ad operazione avvenuta veniva chiusa con frasche e terreno.

Roccamonfina. una neviera