|
|
Miller & Miller
Ovvero: c'è sempre un Miller nella storia della
vita
Il
nome Miller non dice molto a chi non si occupa di bioastronomia
e potrebbe trarre in inganno i biologi i quali potrebbero
pensare, non a torto, ad un Miller di più datata memoria.
Di cosa si tratta?
Nel 1952 un gruppo di scienziati, tra cui Harold Urey, formulò
l'ipotesi che la vita si fosse originata su una giovane Terra
che aveva un'atmosfera dalla composizione molto diversa da
quella attuale. La Terra, da poco emersa da una intensa pioggia
di grossi meteoriti pioggia durata da 20 a 200 milioni di anni e
probabilmente innescata dalla migrazione di Urano e Nettuno
verso le regioni più esterne del sistema solare, era priva di
ossigeno libero: nell'atmosfera si trovavano metano, ammoniaca,
molto vapor d'acqua e anche idrogeno. In essa arrivava molta
energia sotto forma di radiazione visibile, raggi ultravioletti
e cosmici; le scariche dei fulmini, il decadimento radioattivo
di taluni isotopi contenuti nella crosta terrestre e i vulcani
contribuivano, anche loro, a immettere energia nell'atmosfera.
Non vi era uno strato di ozono che potesse bloccare gli
ultravioletti che, così, potevano attraversare tutta l'atmosfera
giungendo indisturbati fino al suolo. Essi, sufficientemente
energetici come erano (e sono!), potevano rompere i legami tra
gli atomi delle molecole presenti nell'aria dando luogo alla
formazione di "frammenti" che, combinandosi in vario modo,
avrebbero potuto originare nuovi composti, nuove molecole cioè,
tra le quali potevano trovarsi, perché no?, anche quelle tipiche
degli organismi viventi o precorritrici di queste. Era questa
l'idea di Urey e colleghi quando, un anno dopo, un allievo di
Urey, Stanley L. Miller appunto, realizzò un apparato con il
quale sottopose a verifica l'ipotesi del maestro. In una sorta
di pallone - bollitore a circolazione forzata (fig. 1)
introdusse una miscela di gas a composizione simile a quella
dell'atmosfera primordiale. In un altro comparto dell'apparecchiatura l'aria era attraversata da scariche
elettriche che mimavano le scariche dei fulmini dell'atmosfera primordiale. A
valle di questa zona una condensazione forzata del vapore presente nell'aria,
riportava l'acqua, e tutto ciò che in essa si fosse eventualmente solubilizzato,
sul fondo del recipiente, nel liquido da cui essa era precedentemente evaporata.
Molti cicli simili di evaporazione, scariche elettriche e condensazione furono
fatti susseguire per circa una settimana, alla fine della quale, esaminando la
composizione del liquido, si scoprì che esso conteneva molecole precedentemente
in esso non presenti e, tra queste, molte che entrano nella composizione di un
organismo vivente : aminoacidi ( i "mattoni" necessari per la costruzione delle
proteine), acidi organici e inorganici, urea ecc. Urey aveva previsto giusto:
nell'atmosfera primordiale (che, per dirla con i chimici, era riducente e non
ossidante come quella attuale) sussistevano le condizioni sufficienti per dare
origine alle molecole tipiche dei viventi. Il liquido dell'esperienza di Miller
(equivalente al mare della Terra dei primordi) arricchendosi di composti
organici si trasformava in una sorta di "brodo primordiale" dal quale, in
qualche modo e su opportuni substrati, potevano originarsi le prime
macromolecole biologiche e le prime semplici forme di vita. Dunque, Stanley L.
Miller aveva dimostrato che una tappa indispensabile per l'origine della Vita,
l'evoluzione chimica ( la quale, partendo da molecole inorganiche, portava a
molecole organiche molte delle quali presenti negli organismi viventi) era
possibile nella Terra dei primordi. Si poteva, dopo Miller, affrontare dunque il
discorso dell'origine della vita sulla Terra partendo da una sicura
acquisizione: quella dell'origine autoctona delle molecole organiche. Poco
importava che molecole organiche formatesi nello spazio potessero aver raggiunto
la Terra con i meteoriti: esse avrebbero soltanto contribuito, in una qualche
misura, all'arricchimento del brodo primordiale formatosi in loco . A questo
proposito non è da sottovalutare la concomitanza temporale di due eventi la cui
acquisizione è patrimonio di due scienze diverse quali la biologia e
l'astronomia. Secondo le più recenti vedute, le prime cellule viventi sarebbero
comparse sulla Terra in un intervallo di tempo compreso tra 750 e 1100 milioni
di anni dopo la sua origine mentre, dallo studio dei crateri da impatto presenti
sulla Luna, risulta che circa 600 milioni di anni dopo la sua origine la Terra
fu investita, come la Luna, da una intensa pioggia di asteroidi e comete (fig.
2). Se questi corpi oltre a portare acqua abbiano portato anche molecole
organiche che andavano ad aggiungersi a quelle in via di formazione
nell'atmosfera terrestre, non lo sappiamo, ma è probabile che ciò sia avvenuto .
Ma chi è l'altro Miller?
 Molti sicuramente ricorderanno che negli anni '70 partirono dalla Terra, con
destinazione Marte, due missioni Viking. Ciascuna di esse disponeva di un lander
con il quale furono fatti alcuni esperimenti per verificare l'eventuale presenza
di microrganismi nel suolo marziano. In uno di questi esperimenti si ottennero
dei dati che facevano pensare allo sviluppo di gas dovuto ad un qualche
metabolismo "alieno". L'opposizione dei chimici, i quali obiettarono che taluni
composti presenti anche nel suolo marziano potevano dare lo sviluppo di gas
osservato, fece rientrare l'entusiasmo di chi credeva di aver trovato la prova
dell'esistenza di forme di vita marziane. D'altra parte, anche i biologi
teorizzarono molto sulla cosa concludendo che era inevitabile che l'esperimento
desse risultati dubbi : non è possibile, essi sostenevano, definire prima di
vederlo vivere, che cosa faccia un organismo vivente sconosciuto e dire, quindi,
come si comporterebbe in un certo esperimento (quasi come la molteplicità di
stati delle particelle che ci impedisce di dire come si mostrerà una di esse,
prima di … vederla - fissarla in uno di essi con l'esperimento fatto per
rivelarla). Bene: riesaminando i dati raccolti in quell'esperimento, il biologo
Joseph Miller ha trovato che lo sviluppo di gas primitivamente attribuito al
metabolismo di microrganismi alieni è andato avanti per un tempo troppo lungo
per poter essere spiegato con semplici reazioni chimiche abiotiche, esterne cioè
a organismi viventi, e con un andamento, per giunta, che fa pensare ad un ritmo
quasi giornaliero ("circadiano") ma calibrato sull'esatta lunghezza del giorno
marziano. Di queste due caratteristiche, da poco scoperte con una travagliata e
fortunosa rivisitazione dei dati, la prima esclude che si tratti di reazioni non
viventi mentre la seconda fa proprio pensare che si tratti di fenomeni a carico
di organismi viventi. Dunque, di nuovo un Miller nella storia della vita e di
nuovo una scoperta importante. Tutto qui? No! La scoperta di questo 2° Miller,
se confermata, renderà più difficile sostenere, a priori, che è impossibile
trovare batteri in un meteorite marziano quale, appunto, ALH84001. E questo
potrebbe rilanciare, con le opportune correzioni, l'ipotesi di Sir Fred Hoyle
secondo la quale l'origine della vita sulla Terra, e anche la sua evoluzione,
sarebbero state influenzate dall'arrivo dallo spazio di microrganismi e DNA .
Certo: è troppo presto per concludere che ci sia la vita al di fuori della
Terra. Ma il quadro che si va delineando (sia pure "ospitando" in esso scoperte
che potrebbero essere dovute a errori strumentali) e il modo con cui esso si sta
costruendo, modo che richiama alla mente le migliori costruzioni del pensiero
scientifico, lascia ben sperare sia nel futuro della bioastronomia sia nella
prossima, forse imminente, scoperta di forme di vita aliene alla nostra Terra.
Fiorentino Bevilacqua
Note
1-Dell'esistenza nello spazio di vari tipi di molecole
complesse si sapeva già, ma quale ne fosse la fucina era
ancora ignoto. Un recente esperimento condotto su un gas dalla
stessa composizione, temperatura e pressione delle nubi
molecolari che si trovano disseminate qua e là nello spazio,
sembra aver chiarito anche questo punto: esso ha infatti
dimostrato che, se opportunamente bombardato con raggi
ultravioletti, in questo gas (contenente CH4 , NH3, CH3OH ecc.
e a T= 10° K) possono formarsi centinaia di composti diversi
anche molto complessi.
2-L'ipotesi dell'origine aliena (nelle fredde e buie nubi
molecolari) di almeno una parte dei composti alla base della
vita è suffragata dal fatto che gli aminoacidi utilizzati dai
viventi siano tutti nella configurazione L e, per lo più,
levogiri : ciò potrebbe essere dovuto al fatto che la luce UV
emessa dal Sole nelle sue primissime fasi di vita o da altre
stelle che popolavano la nube dalla quale sarebbe nato il
Sole, era polarizzata circolarmente e ciò avrebbe portato ad
una distruzione di un numero maggiore i aminoacidi destrogiri
provocando un aumento del numero di quelli levogiri impiegati
poi nella genesi della vita.
3-In termini biologici la cosa suona così: non è possibile
definire la nicchia ecologia occupata da un organismo prima
che questi … la occupi. A proposito della teoria dell'origine
esogena della vita terrestre, giova ricordare che, nel
passato, più volte sono piovuti sulla Terra meteoriti
scagliati nello spazio da impatti cometari avvenuti sulla
superficie di Marte. Se questi meteoriti ospitavano batteri
questi, opportunamente protetti dal reticolo cristallino dei
minerali di tali rocce (vedi ipotesi di Geraci e D'Argenio -
Maggio 2001), avrebbero potuto raggiungere la Terra e portarvi
la scintilla della vita. E' anche vero, però, che dalla Terra
molte volte sono partiti, per la stessa ragione, frammenti di
superficie che avrebbero poi raggiunto Marte. A testimonianza,
questo, di quanto complessa sia la questione dei diritti di
primogenitura della vita nel sistema solare…e di quanto
indispensabile sia, per risolvere tale questione, che biologi
e astronomi lavorino sempre più sotto uno stesso tetto che
ospiti, necessariamente, "un telescopio e una provetta". In
ogni caso il fatto che brandelli di superfici planetarie,
eventualmente ospitanti la vita, possano essere scagliati
nello spazio da violenti impatti cosmici, depone a favore
della panspermia: cioè di una più diffusa distribuzione della
vita, ovunque vi siano le condizioni adatte.
|
|